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Buongiorno

03.01.2019 - Buongiorno Italia

Espulsioni 5 Stelle: un esempio di buona politica

Premessa. Non sono iscritto alla piattaforma Rousseau, non sono grillino, non potrei esserlo. Tuttavia condivido diverse loro battaglie, che si riferiscono essenzialmente, alla questione morale in politica, intesa nell’accezione più larga e rigorosa, e alla difesa dei diritti delle fasce deboli. Per il resto – le politiche di sviluppo in via particolare – mi fanno stare a marcata distanza da loro.

Preferisco i partiti politici tradizionali. È mia profonda convinzione che siano ancora i mezzi migliori di raccolta del consenso e di elaborazione della proposta politica nelle democrazie moderne. Certo, vanno riorganizzati dalle fondamenta, adeguati “ai codici e al linguaggio” della “società dei social” che “la politica dovrebbe provare a ricucire”, secondo la sapiente analisi offerta ieri da Mauro Calise su “Il Mattino”. Ma questa, evidentemente, è altra storia: non è mia intenzione affrontarla ora e in questa sede.

La premessa, piuttosto, si inserisce nella polemica esplosa tra i 5 Stelle a proposito delle ultime quattro espulsioni (De Falco, De Bonus, Moi e Valli) e che può rappresentare la scintilla capace di alimentare un grande fuoco. Potremmo uscircene dicendo tutti – tutti noialtri non iscritti alla Rousseau – che son fatti loro, e che possono ben lavarsi i fatti sporchi in famiglia.

Non è così. Sono fatti anche nostri. Qualsiasi partito o movimento politico non può vivere, senza danneggiare al cuore la politica, se vien meno il rigoroso rispetto delle regole. Troppo comodo diventare parlamentare, consigliere regionale, sindaco o consigliere comunale sotto un simbolo grazie anche, forse soprattutto, a quel simbolo, dopo averne accettato le regole, e poi disattendere la regola delle regole che si chiama “disciplina di partito”, il collante che tiene insieme qualsiasi forma di democrazia rappresentativa.

L’espulsione dei “quattro” è sacrosanta. Peccato, piuttosto, che oggi – ad espellere – ci sia rimasto soltanto il Movimento 5 Stelle. È una questione irrinunciabile di etica politica “espellere” chi disconosce le regole dopo averle accettate. Non può che funzionare così. Altro è il dissenso. Si può sempre dissentire: ma nel dibattito interno al partito. In democrazia le maggioranze decidono e le minoranze si adeguano: dai tempi dei Greci non è stato ancora inventato un meccanismo diverso di affermazione della democrazia.

Certo, si può agevolmente opporre – per stare all’ultima vicenda grillina – che l’art. 67 della Costituzione dispone che ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Ma ciò non limita la libertà dei partiti politici di espellere chi si comporta in maniera difforme da quanto deciso dalla propria maggioranza interna.

Personalmente ritengo che il “vincolo di mandato” andrebbe rivisto: i vergognosi cambi di casacca che sempre più caratterizzano la vita del nostro Parlamento sono tra le cause principali della crisi della politica, sicuramente un incentivo al qualunquismo, al mercato delle vacche, alla profonda erosione di credibilità degli stessi partiti.

Ora più che mai, del resto, la disciplina di partito dovrebbe essere riscoperta come valore fondativo delle comunità politiche. Tira in giro un’aria maleodorante di civismo opportunistico montante fatto su misura per gli avventurieri politici, per i trasformisti, per gli “anarchici individuali” sotto mentite spoglie: insomma per gente senza scrupoli pronta a profittare della confusione, della lacerazione delle bandiere, della crisi dei nostri principi valoriali e identitari per mettere le mani sulla politica. Il ritorno al rispetto rigoroso delle regole è indispensabile. Oltre ciò c’è la giungla. Se non si corre ai ripari, gli effetti si faranno sentire presto: nelle istituzioni democratiche centrali fino ai nostri piccoli comuni.