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Buongiorno

09.09.2018 - Buongiorno Irpinia

Industria Italiana Autobus: unica “cura" è quella Di Maio

Era assolutamente prevedibile la fumata nera uscita dall’incontro al Ministero dello Sviluppo Economico sul caso Industria Italiana Autobus. Ai 5 Stelle bisogna dare atto d’aver compreso fino in fondo che il vero problema della fabbrica di Valle Ufita, così come quella di Bologna, è la inconsistenza finanziaria dell’azienda per far fronte all’impresa ambiziosa di ricostituire il polo autobus nazionale dei tempi belli di Fiat.

Nella stessa misura, va dato atto al ministro Di Maio, anche sulla base del dossier del deputato 5 Stelle Maraia, d’aver individuato l’unico percorso possibile per salvare e rilanciare la IIA: quel percorso è sostanzialmente rappresentato dalla necessità di andare oltre l’attuale socio di maggioranza, ossia di accompagnare l’eventuale ingresso del fondo Pmi di Invitalia e di un socio privato forte, di finanza e know how, nel pacchetto azionario.

Tuttavia, questa operazione richiederebbe quanto meno l’assenso dell’attuale “padrone” di IIA, vale a dire di quel Stefano Del Rosso che “diventa” industriale appena cinque anni fa, quando l’ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, immaginò di poter risolvere una vicenda così complessa facendo “regalare” (da Fiat), per soli mille simbolici euro, stabilimento e oltre un milione di metri quadri di suoli infrastrutturati al primo (ed unico) arrivato al tavolo ministeriale, cioè Del Rosso.

Questa è l’origine della storia. Ed è in questa origine che bisogna leggere le cause del fallimento dell’operazione di cinque anni fa e quindi, individuato il male, prescrivere la terapia che serve per salvare il paziente.

Era anche del tutto prevedibile, d’altronde, che Del Rosso facesse resistenza. Così come si può dare per scontato che Del Rosso non mollerà la polpa di un patrimonio del valore di parecchie decine di milioni di euro ottenuto in regalo, ripetiamo, da Fiat e dagli ex inquilini di Palazzo Chigi.

La soluzione individuata da Di Maio, allora, è certamente quella che più d’ogni altra garantirebbe il futuro dello stabilimento, epperò è anche l’approdo che richiede più passaggi e dunque più tempo.

Gli stessi sindacati ne sono consapevoli. Anche se, dovendo svolgere comunque il ruolo, oggi sparano nella direzione sbagliata, cioè contro un ministro e un Movimento politico che di certo non hanno la responsabilità di chi ha gestito questa vicenda in modo decisamente superficiale.