menu

Buongiorno

01.11.2018 - Buongiorno Italia

Maltempo, morti, danni. E la prevenzione rimasta nel cassetto

Ricordo che ero un giovane cronista e già allora, a Napoli come ad Avellino, a Padova come a Canicattì, si moriva di maltempo. Una frana, un’inondazione, una colata di fango: è accaduto sempre nei secoli dei secoli. Altro, però, è morire perché la furia del vento ti fa cadere addosso un albero – non in un bosco, lungo una strada di campagna – ma in pieno centro cittadino. Se poi ti capita di morire a 21 anni, nel pieno dei sogni per il futuro, beh!, allora non ci sono imprecazioni contro il destino che reggano. E, comunque, più che imprecare contro qualcuno, serve giustizia.

Può sempre accadere che un albero cada perfino nel centro di New York. Ma se il verde pubblico di qualsiasi centro abitato è soggetto ad un piano di prevenzione-rischi, com’è obbligatorio che sia, e se la “manutenzione” vien fatta puntualmente e a regola d’arte, è meno probabile che l’albero cada, che l’albero uccida.

Nei ricordi di giovane cronista ricorrono assai spesso, in maniera quasi ossessiva, i titoli di prima pagina delle tragedie causate dal nostro maledetto dissesto idrogeologico. Parlo anche qui di ricordi di quaranta e più anni fa. Per ogni vittima, puntualmente, c’erano mille impegni governativi e parlamentari per far fronte alla natura morfologica disastrosa di larga parte del nostro territorio. Ma alle parole non sono mai seguiti i fatti. Dopo quarant’anni e più, le cifre in bilancio per la prevenzione sono rimaste pressoché identiche.

Prevenzione in tutti gli ambiti di rischio. Dopo il terremoto del 1980, Giuseppe Zamberletti, ch’era un impareggiabile competente in materia, dimostrò “per alligata et probata”, che “prevenire” – oltre a salvare vite umane, che non hanno prezzo – costa moltissimo meno che “intervenire” a disastro avvenuto. Evidentemente non gli diedero retta, visto che a distanza di quasi otto lustri siamo ancora – per dire – ad “asciugare l’acqua col secchiello” nella cattedrale di San Marco a Venezia.

Il destino cinico e baro, dunque, non c’entra assolutamente nulla. Queste sono colpe gravi degli uomini. Colpe nostre.

Intanto abbiamo contato altre undici vittime del maltempo. E tra qualche ora comincerà la contabilità dei danni, da Venezia a Napoli. Possiamo saltare a piè pari gli yacht di Rapallo, soprattutto perché grazie a Dio non c’era nessuno a bordo. Ma con il resto come la mettiamo. Ancora mille impegni? Ancora soltanto parole.